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Ci sono alcuni fatti ai quali, noi cittadini, ci siamo completamente assuefatti. Il «caso Saccà» ne è un esempio, perché è tutto quello che resta in Rai di centinaia e centinaia di intercettazioni telefoniche, di fango sull’immagine dell’azienda, dopo la decisione presa dal consiglio di amministrazione di respingere la richiesta del direttore generale Claudio Cappon di licenziare Agostino Saccà, il quale, in una delle sue tante memorie difensive, ha sostenuto: «di avere… al massimo… operato secondo una prassi consolidata e accettata dall’azienda». «La difesa di Saccà», spiega Cappon, «si basa sul principio che la Rai sia un’azienda diversa dove certe azioni sono normali, comuni a tanti. Io non sono d’accordo. Penso che un’azienda anomala debba avere le sue regole». Il «caso Saccà» conferma purtroppo che nel nostro Paese vi è falsa libertà e falsa indipendenza. Il regime o come lo definì Biagi una «dittatura morbida», è in mano a quei politici, che si pensano unti dal Signore, i cui interessi di bottega condizionano i nostri bisogni e le nostre priorità di vita. Se non si capisce questo non si può leggere tutta la vicenda Saccà. Voglio fare alcune premesse: l’ho scritto più volte e qui lo ripeto: non ho mai usato la parola licenziamento nei confronti di alcuno, tanto meno nei confronti del direttore di RaiFiction; vivo con profonda delusione quei colleghi lavoratori della Rai che in tutti questi mesi non hanno trovato, la voglia, la forza o forse il coraggio di portare all’opinione pubblica quel rumore costantemente presente nei corridoi di viale Mazzini.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=77313
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