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Roma – Nel tempo a cavallo fra la Seconda e la Terza Repubblica, quello in cui i partiti si sono abituati a riscrivere velocemente le proprie identità, un nuovo manifesto politico, o un nuovo pantheon di padri spirituali, innescano facilmente la polemica, se non addirittura – come in questo caso – il giallo. È successo ieri, che, intorno all’ultimo documento congressuale di Alleanza nazionale, quello preparato in vista del cosiddetto «congressino», quello chiamato a decidere lo scioglimento del partito nel Popolo della Libertà, si accendesse la fiamma della polemica, non tanto per i nomi nuovi, ma per uno che manca: quello di Giorgio Almirante.
È bastato, infatti, che nel pomeriggio di ieri le agenzie iniziassero a battere l’elenco di nomi che il gruppo di lavoro chiamato a stendere il documento aveva messo insieme, perché si accendessero delle reazioni. La prima, quella di donna Assunta Almirante (ovviamente), simbolicamente più importante, dato il rapporto di suo marito con la storia di An. Ma poi anche citazioni, correzioni di tiro, persino qualche diniego. I fatti, in breve sono questi. Al fianco del documento, c’è una lista di nomi una An’s list in cui saltano subito all’occhio molte new entry. Nomi del tutto fuori dalla politica, come quelli dei due padri della letteratura italiana, Dante Alighieri e Alessandro Manzoni.
Nomi di intellettuali antifascisti come Piero Gobetti e Pietro Calamandrei; ex comandanti partigiani, poi fondatori dell’industria di Stato, come Enrico Mattei.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=330430
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di Marcello D’OrtaSe si va di questo passo, i quotidiani italiani dovranno avvalersi di una nuova figura di giornalista: il corrispondente di guerra scolastico. Naturalmente ciò vale anche per le redazioni dei tg. Una Carmen Lasorella, un Tony Capuozzo, un Franco Di Mare o una Tiziana Ferrario che ci informino dello svolgimento della battaglia in tempo reale: sullo sfondo una scuola, e nella scuola uno scolaro che spacca la testa a un insegnante, o un insegnante che scanna uno scolaro.La storia delle violenze in classe è antica come il mondo, basti ricordare che il maestro latino era detto Plagosus, e plagosus vuol dire «colui che sferza». Questa violenza era per così dire unilaterale, perché ad abbuscare (a prenderle) erano sempre gli alunni. I libri di Dickens (in particolare David Copperfield e Nicholas Nickleby) ne sono una testimonianza. Nell’Ottocento anche l’Italia si difendeva bene. Il sistema di punizione più utilizzato erano naturalmente le bacchettate, poi c’è stato il progresso, e con il progresso ci si è affinati. Così si è passati dal costringere l’alunno a stare in ginocchio su ricci di castagna, al chiuderlo nell’armadietto, dal pungerlo con una siringa al legargli le braccia dietro le spalle eccetera. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi non riferivano ai genitori di queste punizioni, per paura di «avere il resto», ma poi è successo che col ‘68 gli alunni hanno preso coscienza del proprio corpo (prima erano incoscienti), e «il resto» lo hanno dato loro ai professori.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=330443